Il rifugio dei cuori solitari 

Oggi è stato un giorno triste al rifugio. Tre nuovi cani scaricati davanti al cancello: uno spaniel matto, un barboncino rognoso e un terrier con un nastro rosso e i denti guasti. Megan li ha portati dentro, ma hanno ululato tutto il giorno per i padroni, spargendo infelicità intorno a sé come pulci. Hanno spinto tutti a uggiolare, persino i veterani che sanno il fatto loro, qui. Hanno leggermente scombussolato persino me.
Dottor li ha tranquillizzati, però. Ha tranquillizzato migliaia di cani nella sua cucina; sa come tenerli per la collottola e dire le frasi adatte. Una bella e lunga passeggiata, un pasto sostanzioso e si ambientano in un battibaleno. Lei piazza addirittura vecchie poltrone nei recinti in modo da ricreare l’atmosfera di casa per gli animali che un tempo dormivano sul divano. Ma ogni sera, persino in giornate come questa, quando gli altri cani hanno mangiato e si trovano nei rispettivi recinti, Dottor si infila gli stivali e mi strizza l’occhio, e io trotterello fino alla porta sul retro. Dot e io ci godiamo quest’ora speciale insieme sin dai tempi in cui ero cucciolo, quando mi infilava nella tasca del suo giaccone Barbour e i suoi capelli erano neri, non grigi. Saliamo nel frutteto, dove lei fa i suoi esercizi per il braccio: lancia la pallina e io gliela riporto così può lanciarla di nuovo.
Parla, ma a sé stessa, non a me. Quando vuole rivolgersi a me, mi guarda con quegli occhi acuti, un po simile a un collie anche lei, e io so esattamente cosa vuole che faccia. Ci capiamo senza bisogno di parole, io e Dot.
Stasera non sta parlando e non sta lanciando la pallina molto lontano. Sembra stanca. Io impiego più tempo del solito a riportargliela, per darle l’opportunità di riprendere fiato, e non le mordicchio i talloni per metterle fretta, pur fremendo dalla voglia di farlo.
Lancia la pallina ancora una volta, non molto lontano, ma mentre vado a riprenderla sento qualcosa risalire la collina e mi si drizza il pelo. Non è un cane o un essere umano, ma qualcosa di oscuro che sfreccia nell’ aria serale. Come pioggia, o il panico che i cani randagi portano con sé.
Vorrei che fossimo al chiuso, accanto alla stufa, sulle nostre poltrone. Ma siamo qui fuori insieme e il mio compito è quello di rimanere con lei.
 Dot mi chiama e, mentre sto tornando indietro di corsa con la pallina, barcolla e cade a terra. Corro da lei ma il suo volto è inespressivo e mentre le sto leccando le mani e il naso per svegliarla mi accorgo che l’oscurità è vicina, adesso, tutt’intorno a noi.
 Le sue palpebre tremolano e Dot guarda su, una sola volta, e vedo così tanto amore sul suo viso, e poi ecco che se n’è andata, scivolando via da me. L’aria si fa immobile e fredda, e lei se n’è andata.
 Mi stendo sulle sue gambe e ululo, un suono che non ho mai emesso prima. Ora so cosa provano gli altri cani quando piangono notte dopo notte affinché i loro padroni li trovino, non capendo perché sono stati lasciati soli. Sono sempre stato di Dot. Ma adesso mi sento perso e solo.
In lontananza sento la voce forte di Megan, che ci chiama forte dalla porta sul retro, ma rimango con Dot, proteggendola in base a un imprecisato istinto che non sapevo di avere, finché Megan risale la collina a grandi passi con i suoi stivali rossi e la torcia elettrica. Quando ci vede, si copre la bocca con la mano.
“Gem. Oh, Gem”, dice, ma i suoi occhi pieni di lacrime dicono ben più di quello.

Dal libro: Il rifugio dei cuori solitari
 Lucy Dillon

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